Villa Manin, Passariano di Codroipo (Udine)
25 settembre – 1 novembre 2010
Comunicato stampa
Occhi e lune è la mostra di circa 50 dipinti nei quali Alessandro Papetti (Milano, 1958) interpreta in chiave contemporanea alcuni temi vicini come sensibilità all’arte di Edvard Munch, dai ritratti ai paesaggi notturni, in una sintonia e continuità ideale motivata dal desiderio di definire l’anima e l’appartenenza.
Se infatti la pittura si può accostare, pur trattandosi di artisti di epoche diverse, lo si può fare, come dice lo stesso Papetti, “per appartenenza a un modo di sentire e a una qualità dell’anima che si rispecchia”. Il senso di questa mostra va cercato proprio in questa sintonia che motiva la ricerca pittorica. Papetti ha amato molto Munch, soprattutto durante le sue prime “scoperte” giovanili, quando cercava i tasselli che combaciassero tra loro, lo aiutassero a costruire la struttura della sua pittura. Munch ritraeva il volto di quell’anima che anche Papetti stava, senza saperlo, disvelando a se stesso. La capacità potente di fare pittura dell’inconscio; una pittura intima e implosiva allo stesso tempo. Munch ha aiutato l’artista a capire che attraverso il dipingere, il fare pittorico, si può vivere e accettare il giusto timore di provare paura, di sentirsi consapevolmente inesatti e, fortunatamente, incompiuti; si può entrare e uscire nella luce, così come uscire o cadere nel buio. E questa ricerca Papetti l’ha portata avanti nel tempo con coerenza. I suoi quadri, sia che si tratti di interni, di officine vuote o di figure sono caratterizzati dall’incisività del segno distribuito direttamente sulla superficie della tela, senza l’uso di matita o fusaggine. I colori sono freddi e accompagnano le pennellate sempre vigorose e precise; nessun segno è fuori posto, il loro intrico evidente, il loro groviglio diventa perfezione esecutiva. I viola, i bianchi, i verdi, il grigio, il marrone delineano i personaggi e le cose con una forza e uno spirito di osservazione che non vengono mai meno.
Si potrebbe definire una sorta di moderno espressionismo: le figure – ritratti o nudi –, gli animali squartati o le macchine in disuso, immobili; le persone sono in piedi con deformanti prospettive verticali o sedute su una vecchia poltrona. Tutto di queste immagini risponde al precipitare del tempo, lacera il silenzio nel quale si consumano le sofferenze nascoste ed esprime una sensazione di lamento che sembra un grido trattenuto. Le forme, le linee si sfilacciano, il colore si incupisce, tutto suggerisce qualcosa di tragico sempre meno riscattabile dalla pittura. La forza espressiva di queste immagini è appena trattenuta dai limiti e dalle esigenze della comunicazione. Papetti sembra indicare come, al di là di questi limiti, non ci sia che l’urlo, la caduta. Davanti a questo vuoto, davanti a questa immobilità e indifferenza, al pittore non sembra rimanere altro che uno sguardo capace di scavare in profondità nei paesaggi (siano essi figure, oggetti o ambienti) attraverso un metodo d’indagine storico-psicologico che pittoricamente ricorre alla tecnica dello straniamento.
Il disorientamento generale dell’uomo crea un vuoto che però è anche condizione di verità, l’unica premessa possibile per un viaggio tra cose e persone incapaci di comunicare. La ricerca continua di Papetti è lo scavo sofferto nella coscienza al fine di recuperarne dei frammenti costruttivi.
 
Fonte: comunicato stampa da http://www.studioesseci.net
 
 
 
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